Tornai alla realtà,
dove la sconosciuta stava protendendo
un braccio verso di me.

MANI CHIUSE

Il sogno-che-sembra-un-ricordo deve essere volato sul tempo delle emozioni oppure la Terra ha gentilmente rallentato la sua rotazione attendendo che io tornassi alla realtà:

dove questa donna incombeva nella stessa posa della ragazza che recise la mia rosa e forse erano la stessa persona; nonostante nel sogno/ricordo assomigliasse a Nefertiti mentre, rivedendola nella mia stanza, ravvisavo una certa affinità con la Venere di Willendorf.

Fatto sta che la voliera di uccelli esotici che avevo in testa era ormai un serraglio di creature mitologiche, e avrei dato un occhio pur di avere il tempo di fare un elenco dei fatti:

1) La ragazza del sogno mi tocca le dita
2) Non troviamo la signora Rosa
3) Nella mia stanza c'è una sconosciuta
4) Che assomiglia a quella del sogno
5) Che però mi sembra un ricordo

Cominciavo appena a grattare la superficie del problema, correndo con il pensiero più veloce che potevo, più veloce della rotazione terrestre, sperando che lei restasse immobile ancora per un istante: non posso essere andato in vacanza su un asteroide; potrebbe essere stata una recita scolastica? Giunsi perfino a ipotizzare l'affiorare di una vita passata. Beh, i bambini spesso mescolano i sogni con la realtà, ma rimaneva inspiegabile il punto più spinoso: l'irrealtà del protagonista di una fiaba. Mi sforzai di convincermi che doveva essere stato un sogno, nonostante somigliasse a un ricordo, ma non avevo il tempo di chiarirmi le idee, quanto tempo era trascorso? Forse erano passati solo pochi secondi, forse minuti, da quando lei mi stava davanti immobile con il braccio teso, ma il tempo non concede tregua: non si ferma mai.
La donna del sogno aveva detto che da grande avrei capito, e invece a me pareva che tutto congiurasse affinché non ci capissi proprio niente: non c'era spiegazione!

Del resto, non deve essere facile neppure per te seguire la mia storia, tanto più che non ci siamo ancora presentati: piacere, mi chiamo Giorgio Rini, ho quarantatre anni, sono single, vivo in un borgo medievale in provincia di Pavia. Da giovane soffrivo di epilessia, adesso ho solo il problema della gastrite nervosa. Adoro leggere, soprattutto le fiabe. Ho un naso importante e non saprei cos'altro aggiungere, a parte forse questa cosa degli elenchi. Mi è sempre tornato utile, confrontandomi con una scelta o una persona difficili, cominciare distinguendo le componenti principali del problema. Questo fino a ieri: i fatti che ho cominciato a raccontarti sono stati troppi e troppo rapidi, rispetto al mio peculiare sistema per dirimere le situazioni complesse. Per farti capire, immagina di allenarti a schivare i tiri a palla prigioniera e invece trovarti di fronte a una mitragliatrice.

Per questo, contrariamente al mio stile e alla mia personalità, ieri fui costretto per la prima volta a seguire le intuizioni suggerite dalla pancia. Comunque, non mi sono mai trovato davvero di fronte a un'arma: deve essere un'esperienza traumatizzante. Forse non avrei dovuto usare una metafora del genere, visto che la mia vita, fino a ieri, è stata perfettamente normale, direi anzi monotona: per via dell'epilessia, ho studiato male e lavorato peggio; sono i miei genitori, che si occupano delle faccende pratiche.
Già: se non fossi riuscito a chiarirmi le idee da solo avrei dovuto disturbarli, ma fare un elenco sarebbe stato comunque indispensabile e lo avrei fatto immediatamente, se non avessi davanti una donna inspiegabilmente coinvolta in un sogno incredibilmente reale, e che mi stava mostrando una mano chiusa e da molto tempo, troppo! Non sarebbe rimasta immobile per sempre, perché taceva?
Dovevo fare qualcosa? Ma per me, l'intera situazione era senza senso.

La sua ospite apre le dita:
sul palmo c'è un petalo.

La mano protesa a mostrarmi il petalo, io che lo guardo, lei che mi guarda; io che ricordo il tepore delle sue dita, lei che non sorride e non risponde; congiunti in un cerchio fatale.

Solo in cima a un davanzale,
mi sono reso conto che la dimenticai
perché il nostro primo incontro
fu troppo doloroso.

Ciò che invece mi rassegno a non poter spiegare è perché mi innamorai.
Una ragione ci deve essere, visto che posso dire di essermi innamorato di lei due volte: quando la conobbi e quando la incontrai per la seconda volta. Posso perfino precisare il momento esatto: quando vidi la mia rosa nel palmo della sua mano e quando mi soffiò in faccia, come dopo racconterò.
Il perché mi è completamente oscuro. Posso però dire che non è per via del dolore che ogni volta lei sembrava volermi procurare. Intendo dire che sono convinto sapesse tutte e due le volte che mi stava facendo del male e che il suo sguardo, che definirei sprezzante, non mi lascia dubbi riguardo al fatto che, farmi soffrire, fosse esattamente la sua intenzione; o perlomeno che la mia sofferenza non le suscitasse particolare pena; non voglio tirarla troppo per le lunghe, ma ho sentito fin da piccolo qualcosa di respingente, in lei: una specie di brutalità quasi volgare che, vedendoci da adulti, pareva avere preso il sopravvento.
No, non è mai stata la sua durezza, la causa del mio sentimento: era qualcos'altro.
Qualcosa nei suoi occhi.

Qualcosa che, da quel cerchio di sguardi, mi arrivava dritto in pancia, dove non ho elenchi. Lasciandomi senza parole.

Dalla finestra aperta arriva una brezza carica d'ozono e qualcosa lo sbatte contro la biblioteca.