Ero seduto sul mio asteroide,
aspettando il tramonto.
Dovetti alzarmi: avevo dimenticato di coprire la mia rosa, perciò presi in mano la campana.
Non ero preoccupato perché la pecora dormiva nella cassetta, tuttavia si stava alzando una leggera brezza: se fosse stata presagio di una notte ventosa, e io non lo avessi protetto, il mio fiore avrebbe tenuto il broncio per giorni.
Comparve una ragazza dagli occhi neri,
dai quali si capiva che aveva
qualcosa di importante
da fare.
— Buon giorno, — dissi, non appena
mi ripresi dallo stupore.
Non sorrise e non rispose.
— Chi sei? – chiesi educatamente.
Allungò una mano verso di me
stringendola a pugno,
come se dentro
custodisse qualcosa.
Lentamente la aprì:
nel suo palmo c'era una rosa.
— Da grande capirai.
— Ma tu chi sei?
Lasciò cadere il fiore, mi sfilò la sciarpa e se la mise al collo.
Il vento sollevò la sciarpa insieme a lei che, guardandomi,
si allontanava tra le stelle.
I tramonti mi riempiono di malinconia.
Che è una strana sensazione: diversa dal dolore.
Ma fa altrettanto male.
Forse perché il sole calò in quel preciso istante, mentre tenevo in mano una campana di vetro.
La mia rosa era lì, per terra.
Senza il gambo. Come se dormisse.
Mi sentii solo, e il sole scomparve.
Non ricomparve più.
La mia storia iniziò nel modo più banale.
Con una rosa.
Una donna fatale.
Un principe innamorato.
INIZIO
IL PETALO
STRANEZZA n.1
ROSA
VIOLA
L'OSPITE
IL RICORDO
MANI CHIUSE
STRANEZZA N.2